sabato 14 dicembre 2013

Chi dimentica di essere stato bambino...

... è un emerito coglione.


La mia campagna al tramonto
"Gagniiiiiiiiiiiiiiiiiiiii!"
"Che c'è, ma'?"
"Sapete che cosa facciamo sabato?"
Uno sguardo incuriosito e vagamente dipinto di timore fiorisce sui loro volti.
"Che cosa, ma'?"
"Prendiamo il treno e andiamo a trovare i nonni!"
"Sììììììììììììììììììììììììììììììììì!!!"

Li sento tutti i giorni, anche più volte al giorno, ma non li vedo da quasi tre mesi: una stagione, in pratica.
La mia mamma e il mio papà.
Quelle due belle querce che sempre più insistentemente mi dicono: "Quando venite giù?"
Mi mancano.
E a loro mancano i nipoti (anche un po' la sottoscritta, dai).

L'operazione "Andiamo al paesello" scatta con l'acquisto dei biglietti ferroviari.
Venerdì pomeriggio, all'uscita dalla scuola: "Giulia, preferisci andare a comprare i biglietti adesso o domani mattina, prima di partire?"
"Andiamo adesso, per favore!!! Così stiamo un po' di più in metropolitana!!! Dai!!!"
Mia figlia ama viaggiare
Le piace viaggiare, sia che si tratti di prendere la metro di Torino, sia che si tratti di arrivare alle Shetland in tre giorni: bene.
"Aspetta... faccio una telefonata... Davide? Ascolta, prendi la metro e raggiungici a Porta Nuova: tutto chiaro?"
"Sì! A tra poco, ma'!"
Ci troviamo - ed è sempre una festa: ci abbracciamo e ci baciamo - e procediamo. Orgogliosi del nostro acquisto, ci dirigiamo verso casa per cenare, andare a dormire ed abbreviare il tempo verso il sabato.

In uno schiocco di dita giunge l'ora X ed usciamo di casa. In cortile ci sono tre colombe.
"Ragazzi, avete visto? La Pace si spande anche sull'asfalto, di quando in quando..."
Ridono.
Quando parlo così, ridono.
In realtà ridono spesso, che io parli in modo astruso o meno, che io stia zitta e semplicemente li osservi, magari da lontano, magari di nascosto.
Ridono: sono felici. Sono felici di essere insieme, sono felici di essere. Così.

Arrivati a Porta Nuova facciamo colazione e poi andiamo a sistemarci sul treno.
Mezz'ora di viaggio in compagnia di due peppie più peppie di me e poi scendiamo per prendere la coincidenza; saliamo, ci sistemiamo, spariamo qualche cazzata, siamo rilassati e sorridenti.
Sale una tipa, mi guarda, la guardo, forse ci siamo già viste, chissà dove, chissà quando, mi guarda con insistenza, spalanca gli occhi e, rivolgendosi verso l'esterno del vagone, dice a voce alta: "Mario, sali: qui c'è gente per bene!"
Mi sorride.
Capisco.
"È per il cappello, vero?" Le chiedo.
Annuisce sorridendo.
Mario sale, vede anche lui il mio cappellino granata, sorride e dice le due paroline belle: "Forza Toro!"
Cianciamo del Toro e del meno e manco ci accorgiamo che il treno è già partito.
Poi lei mi dice: "A me sembra di conoscerti... chi sei?"
Bella domanda: sto lavorando alla risposta da circa mezzo secolo, ma mi limito a dirle: "Sono la figlia di Franco."
"Che domanda stupida ti ho fatto: avrei dovuto capirlo dagli occhi! Anche i tuoi figli hanno gli occhi di tuo padre!"
È strano incontrare persone che hai incrociato milioni di volte e dialogare per la prima volta... mi commuovo un po' per l'imprevisto dialogo e per 'sta storia degli occhi e un po' rido pensando a quanto ne uscirà inorgoglito papà quando glielo racconterò.
Il Sole
Mancano pochi chilometri e guardo fuori dal finestrino: i campi del nonno, la strada sterrata, i pioppi ordinati, le mie radici.
Altro che commuoversi un po'... mi pianto le unghie nei palmi delle mani per respingere le lacrime.
Frena, il treno frena, "Gagni, scendiamo!"
Il mio papà è lì ad aspettarci: ci porterà dalla mamma.

Pranziamo, passiamo qualche ora insieme, vado a trovare il rosmarino, il timo e la salvia che se ne fottono del gelo, e poi raccogliamo le nostre cose per fare ritorno a Torino.
"Vi porto in auto!" Dice papà.
"No, voglio far vedere la campagna ai bimbi." Rispondo.
Baci, abbracci, a presto,
Andiamo verso la stazione, accompagnati dal sole che tramonta sulla campagna, sul treno si addormentano e mentre dormono sorridono: io leggo, ogni tanto li guardo, non desidero nient'altro, mi sento (e sono) completa.

Il giorno dopo è giorno di partita.
All'ora giusta Davide ed io ci avviamo verso lo stadio insieme con il mio nuovo iPod (sì, mi sono fatta un regalo).
Ecco Paolo, Sabrina, Samu, Davide-Amico: possiamo avviarci ai tornelli dopo aver fatto una mezz'ora di sano pettegolezzo su conoscenze comuni che non smettono mai di stupirci.

Mio figlio ama condividere
Ricordo poco della partita, ora.
Ricordo bene, però, che stavo male, stavo male fisicamente.
E non ero l'unica a stare male, a stare male fisicamente.
Stavamo male e ce lo dicevamo.
Sembravamo dei matti chiusi in una stanza e in quella stanza avevamo scelto di essere: per amore, per tifo, per disperazione, per gioia, per tutte queste cose insieme.
Vincevamo giocando malissimo e malissimo stavamo.
Sì, mi ricordo che stavamo male.
Prima o poi riuscirò anche a godere dei tre punti vinti.
In realtà sto godendo già adesso, ma ho l'obbligo morale di mantenere il mio aplomb di creatura dannata (mu-ha-ha-ha).

Dopo la partita sono andata a comprare il miele dalla mia apaia (si dice apaia? No? E vabbe') di fiducia che mi ha accolta con un: "Buonasera, Signora del Toro".
Un saluto bello e anche un po' inquietante.
Non mi piace perdere la mia identità, anche se parte della mia identità è - appunto - essere del Toro.
Boh, ritornerò su questa questione, ma non adesso, non adesso... (odio gli automatismi).

E poi è arrivato il lunedì e con esso il disordine.
Anche di questo parlerò in un altro momento: mi sono saliti a galla ricordi messi in un cantuccio molto remoto.

Ci sono giorni è difficile avere fiducia, ci sono giorni in cui si ha male, male alle gambe, male alle braccia, male ai capelli (per me una vera tragedia), male all'anima.
Ci si sente a disagio con il concetto stesso dell'esistenza.
E poi accadono magie.
Magie che ristabiliscono l'equilibrio e sono motore per nuove avventure.
La magia di cui sono stata testimone è un dialogo fra una bambina e sua madre.

Figlia - Mamma, possiamo passare dal cartolaio? Voglio comprare alcune cose.
Madre - OK, andiamo.
[cinque minuti dopo]
Madre - Per quale materia ti serve quel quaderno?
Figlia - Veramente è per N.
Madre - Ma scusa... ha bisogno che le compriamo dei quaderni? Se ne ha bisogno dimmelo, OK?
Figlia - No, no, mamma... è che... sai che N. ha un po' di difficoltà, no? Be', ho visto che se le faccio degli schemi, riesce a capire meglio le cose e così diventa tutto più facile.
Madre - Che bello! Le maestre ti hanno chiesto di aiutarla?
Figlia - No, è una cosa che mi è venuta in mente.
Madre - Tutta roba tua?
Figlia - Sì. E le maestre, quando lo hanno scoperto, mi hanno detto che faccio una cosa molto bella.

La madre, a quel punto, ha abbracciato forte la figlia e poi... e poi ci siamo incamminate verso la metropolitana.
A volte le magie sono così grandi che è meglio raccontarle in terza persona per non farsi piacevolmente paralizzare dalla grandezza della semplicità.






Ascoltatela, ascoltatela e basta:
chiudete gli occhi e aprite bene orecchie e cuore.
La semplicità fa bene e rende migliori.